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Rocco Scotellaro

Scotellaro fu l’autentico lucano, colui che maggiormente sentì su di sé e per sé il peso delle tradizioni e della promessa del riscatto.

La sua vita fino ai 23 anni fu piena di sacrifici, tra le umiliazioni di una vita povera e le privazioni alle quali l’ambiente lo costringeva.
Studente, visse come poté tra il seminario e Tricarico, partecipando alla dura esperienza dei campi dove i suoi compaesani, i contadini lavoravano la terra da mattina a sera per portare a casa un tozzo di pane. Dal 1946 al 1950 si tuffò nella lotta politica e sindacale con fede e passione e fu eletto nel 1946 sindaco di Tricarico. Fu sindaco premuroso, pronto a combattere per i contadini, spinto a vivere coi contadini perché figlio di quella terra e di modesti artigiani.

Fare politica e fare poesia diventarono, per Scotellaro, la medesima cosa; la poesia sotto questo profilo, doveva diventare strumento di lotta e di emancipazione sociale.
 
Il fallimento della Sinistra nel 1948 lo deluse ma non lo disarmò. Anzi incoraggiò l’obbligo dell’educazione del contadino per il riscatto, per la conquista e la difesa della libertà contadine. Dopo la breve esperienza del carcere materano, pur essendo rieletto sindaco del suo paese, decise di modificare gli strumenti della sua lotta, lasciando Tricarico per trasferirsi a Portici dove fu amico di Manlio Rossi Doria.

Dal 1951 al 1953 si assiste al passaggio graduale verso la sua passione: la letteratura e la poesia. Certamente scrisse per i contadini della Lucania e del Meridione d’Italia. Dopo la sua immatura morte a soli trent’anni (15 dicembre 1953 ) a Portici , sono usciti un saggio Contadini del Sud (1954) e un romanzo autobiografico, incompleto, dal titolo l’Uva puttanella (1955).

Sempre nel 1954 Mondadori pubblicò, la raccolta di poesie E’ fatto giorno, in cui Carlo Levi, con la sua prefazione, lasciò in eredita alla letteratura e alla critica l’artista Scotellaro.
Nelle sue poesie si denota, la tendenza al racconto, al recitato, al sofferto e alla partecipazione.

Quasi tutte le sue liriche testimoniano il mondo dei contadini, la civiltà dei contadini che lui non voleva, come uomo politico e poeta, abbandonare. La sua poesia, come del resto la sua prosa, è intessuta di immagini e oggetti della sua cultura contadina.

Si fanno sentire il mito, il simbolo della natura selvatica o docile, il mito del folclorico colore delle musiche suonate con gli strumenti tipici del Sud contadino.
 
 
         
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